3 giugno 2009

Astenersi stavolta vuol dire infierire: è tempo che gli elettori di sinistra che alle scorse elezioni si astennero tornino al voto

di Fulvia Bandoli
A seconda della situazione politica l’astensione colpisce di più la destra o la sinistra, ma nelle ultime tornate elettorali ,e nelle scorse elezioni in particolare ,non v’è dubbio che essa abbia colpito duramente la sinistra. Perché la destra è da un po’ di anni più compatta, mentre tutto il campo del centro sinistra è terremotato dalla nascita del Partito Democratico e dalle sconfitte abbinate del Pd e di quella che fu la Sinistra Arcobaleno.

I potenziali elettori di sinistra sono quelli più tentati dall’astensione perché da troppi mesi ( o anni) stanno soffrendo : con il Pd che non fa opposizione come dovrebbe e che non ha un profilo definito ( anzi che rivendica in alcune sue componenti importanti il fatto di non essere e di non voler essere un partito della sinistra), con le formazioni di Sinistra che hanno impiegato un anno e mezzo a proporre un progetto che coprisse lo spazio che si è aperto a sinistra del Pd e un soggetto politico di Sinistra popolare, socialmente radicato, capace di raccogliere le culture più tradizionali e storiche della sinistra assieme a quelle più recenti. E alla fine si presentano lo stesso divise al voto. Ma su questa divisione vorrei dire sommessamente qualche parola : c’era e c’è una Sinistra che era ed è disposta ad un progetto unitario , che non mette i simboli a guardia di un muro invalicabile, c’è un’altra parte che invece crede in un progetto identitario e nel fatto che solo l’esistenza di un partito che si chiami comunista possa garantire alla Sinistra di sopravvivere. Detto in modo ancora più chiaro c’è chi non esclude alcuno, mentre altri pongono come condizione l’accettazione di simboli che da soli non possono più parlare all’insieme plurale della sinistra italiana. In definitiva Rifondazione Comunista ripropone ancora una volta lo schema disgraziato delle due sinistre, Sinistra e Libertà invece pensa la Sinistra come una plurale e unitaria forza politica popolare. Una parte di potenziali elettori di sinistra potrebbero anche essere tentati dal voto a Di Pietro perché in questi mesi è quello che ha urlato più forte: ma ogni persona di sinistra sa che Di Pietro non è un uomo di sinistra e che il suo movimento ( difficile chiamare partito una entità gestita in modo così personalistico e familistico) spesso è solo generica protesta contro tutto e tutti e che sulle questioni concrete lo si può trovare su posizioni assai eclettiche : ieri a favore del ponte sullo Stretto domani no, ieri per il si al referendum elettorale domani non si sa, oggi a urlare in difesa dell’ambiente, ieri silente sul nucleare e alcuni anni fa persino d’accordo, e comunque sempre strabico rispetto alle ragioni e ai diritti del lavoro, alla laicità dello stato, alle battaglie per la pace e il disarmo. E non sono manchevolezze di poco conto!
Non parlerò quindi di astensionismo generico o del fatto che, come dicono alcuni, se cala il numero dei votanti si abbassa il quorum e noi saremmo avvantaggiati….logica prettamente matematica ma poco valida nel nostro caso e in questa elezione. Noi possiamo essere avvantaggiati solo se riusciamo a raccogliere buona parte del voto di quegli elettori di sinistra ( 1.300.000) che alle scorse elezioni si astennero e a recuperare una parte sostanziale di quel che fu chiamato “voto utile” e che andò al Pd con poca convinzione e solo come voto contro Berlusconi. Mi rivolgo dunque alle donne e agli uomini di sinistra che ancora sono incerti e non sanno se andranno a votare. L’astensione può essere dettata da sconforto ma a volte è una scelta più meditata, si pensa che attraverso quella “protesta” individuale arrivi al partito, o allo schieramento che ti interessa, un segnale, un avvertimento forte. Penso che la sinistra, con le molte astensioni che alle scorse elezioni , insieme ai suoi limiti, contribuirono a tenerla fuori dal parlamento, sia stata già pesantemente avvertita e abbia compreso la lezione. Un secondo avvertimento rischia di essere un accanimento e dal momento che tutti gli indicatori ci dicono che gli elettori di destra ( motivati dalla vittoria alle politiche e dal fatto di trovarsi al governo) andranno a votare alla fine l’astensione sarebbe un involontario vantaggio che si concede ( oltre ai tanti che già ha) al partito più grande, cioè alla Pdl. E non comprendo francamente coloro che cercano di nobilitare la scelta chiamandola “astensionismo attivo” . E cerco di spiegarmi: quando la Cei e Ruini chiamarono all’astensione nel referendum sulla procreazione assistita ebbero un notevole seguito e dopo il fallimento del referendum rivendicarono tutta l’astensione….ma la Cei e Ruini erano e sono “una forza politica” ,sui generis certo, ma pur sempre identificabile, potente e assai visibile. Quella astensione fu agita politicamente e anche con molta spregiudicatezza e fu una “forte” posizione politica”. Ora io mi chiedo chi agirà o potrà rivendicare adesso ,e anche dopo il voto, quella “astensione attiva” che alcuni propongono agli elettori incerti di sinistra? Non c’è dunque alcun astensionismo attivo possibile in queste elezioni e chiedere agli elettori di sinistra di astenersi mi pare una posizione sbagliata. Quelli che verranno sono gli anni della possibile ricostruzione di una sinistra popolare che sappia tornare a radicarsi nella società, autonoma e competitiva con il Pd, che sia capace di produrre cultura politica e ideali forti. Sono gli anni per tentare di dar corpo ad una coalizione alternativa alle destre che non può fondarsi solo sul Pd perché quella strategia è perdente ( ma perché non ci sia solo il Pd in campo bisogna aiutare il formarsi di una Sinistra popolare). Quelli che verranno sono gli anni che potranno rimettere al centro movimenti , associazioni , giornali e tutte le soggettività capaci di idee e proposte, ma anche di una forte, non violenta e civile resistenza democratica. Ho molto apprezzato quel che ha detto Vendola ieri : il 4% è alla nostra portata ma se non dovessimo riuscirci il giorno dopo andremo avanti con Sinistra e Libertà, non romperemo le righe e intensificheremo il nostro lavoro. Il governo Berlusconi si è mostrato in tutta la sua “inquietante” capacità di rappresentare la realtà per quella che non è . Solo una buona politica può trarre fuori la realtà vera dalla rappresentazione che ne viene fatta e insieme alla realtà i soggetti sociali, le persone , che sono donne e uomini in carne ed ossa : la realtà concreta e ingiusta di questa crisi economica che colpisce sempre più duramente il lavoro e in particolare i giovani precari, la realtà dei rifiuti di Napoli che non sono spariti ma vengono accatastati, così come sono, a Ferrandelle in un’area che non ha neppure le caratteristiche di una discarica a norma di legge, la realtà dura e difficile di una immigrazione che cresce perché i paesi poveri continuano ad essere depredati e non aiutati da quelli più ricchi, la realtà dell’imbroglio nucleare escogitato da questo Governo che ripropone per l’Italia una tecnologia obsoleta e insicura mentre non spende un soldo per le energie rinnovabili e chiede una deroga sulla diminuzione delle emissioni unica via per combattere i cambiamenti del clima ( mentre l’America prova a cambiare la sua politica energetica), la realtà della difficile ricostruzione dell’Abruzzo fatta con risorse largamente insufficienti . E assieme a queste tante altre realtà. Ecco a me pare che andare a votare , per gli elettori di sinistra ancora incerti , sia un bel contributo a trarre fuori realtà dalla rappresentazione. Quella rappresentazione che Berlusconi ogni giorno mette in scena dichiarando la sinistra morta e sepolta. La sinistra c’è nella società, vive nei principi di tante donne e uomini, nelle loro vite quotidiane, orienta le loro lotte e le loro scelte, anima le grandi contraddizioni dello sviluppo e le battaglie per la giustizia sociale e per i diritti di ogni genere. Proviamo a farla vivere anche in un soggetto politico. Io voto Sinistra e Libertà e il perché l’ho spiegato molte volte. Ma spero che anche chi non sceglierà come me stavolta vada a votare e voti a sinistra.

3 giugno 2009

Lettera aperta alle donne del mercoledì

Commento a Il coraggio di finire delle donne del mercoledì di Roma.
di Clelia Mori
Mi attrae la riflessione delle donne romane del mercoledì sul “coraggio di finire”, appena discusso a Roma alla Casa internazionale delle donne e a cui non sono potuta andare, e mi spiace il silenzio che c’è su questo documento in rete. Mi attrae perché è di donne non qualsiasi e quello che dicono queste donne è sempre interessante per me. Sono di parte, devo ammetterlo, anche se non fino in fondo, perché credo che nell’uomo ci siano giacimenti d’altro, sconosciuti anche a lui, nascosti da secolari incrostazioni di modulazione della forza. Riconosco, infatti, che c’è anche in lui un’ intelligenza altra che usano in pochi, ma che quando c’è affascina.

Comunque il mio essere di parte è una questione che nasce dal fatto che trovo un sguardo davvero differente nelle loro riflessioni, uno sguardo inaspettato che mi apre spiragli sconosciuti che non noto quasi più in quelle pubbliche maschili; ormai troppo uguali a sempre e senza un qualche fascino che meriti l’accensione di una passione, meno che mai partitica.
E’ ardita la riflessione femminile ne Il coraggio di finire, come discutendone con qualcuno ho sentito dire. Mettere insieme morte e fine della vita e della politica e inizio è un bell’azzardo che forse proprio chi non condivide nulla nel potere dei partiti, come le donne che cercano un’autonomia di pensiero, può immaginare con la forza del desiderio e della conservazione della propria libertà. E non è quella richiesta per stare in un partito e, tra l’altro, credo che il documento sia proprio la sintesi di quello che ci sta accadendo intorno.
Dovranno sostenerla questa idea, le donne che l’hanno partorita, sarà attaccata e o ignorata come d’abitudine, ma non si può dire che non guardi l’argomento della fine e dell’inizio con uno sguincio altro, mettendo al centro il corpo e la sua indicibilità pubblica, per quello che è.
Mette davvero insieme vita pratica, privata, regole e vita pubblica relazionandole. E’ la politica che credo dovremmo cercare di fare per non sterilizzare o banalizzare la vita, come accade invece a quella maschile di oggi, quella democrazia della relazione che nel testo si auspica.
Ci sono molte riflessioni e molte provocazioni nel doc, ma quella che mi intriga di più è l’idea dell’accettare la fine, fare i conti con lei, per quello che scompare e rimane, per poter tornare a ri- iniziare. Credo sia un corno importante del discorso, un modo e un mondo che tutt* abbiamo attraversato e che tutt* conosciamo, ma in modo differente.
E siccome si parla di come accettare la morte come fine del corpo e della politica quando avviene e non di rimuoverla, pensandoci, mi viene in mente anche il tempo della fine e dell’inizio per le donne, non solo nel distacco della morte, ma nel tempo della nascita, della gravidanza e del parto e il loro accettare il lavoro del tempo, cosa a cui gli uomini non vengono mai costretti dal loro corpo.
E’ una fine anche quella del nascere, per un nuovo inizio. Una fine che ha una sospensione di 9 mesi per poter veder nascere il nuovo e una sua transizione di almeno 20 anni, e un bisogno di costruirgli intorno una rete di relazioni vere, umane che non sono solo “agenzie” educative, sanitarie, politiche ecc..
Finisce una storia di singolarità per la donna ed inizia una sua storia parallela con la madre che diventa.
L’andirivieni tra le due storie per la donna è costante e ne deve prendere coscienza, così come del tentativo esterno di bloccarla nel nuovo ruolo. Le donne comunque sanno che questo andirivieni, che sono costrette a mettere in piedi, deve tenere in relazione il prima e il dopo senza rimpianti, con la coscienza di essere, dopo la maternità entrambe le figure, donna e madre, e quindi differenti da prima e sanno che, per stare in piedi, lo devono cogliere molto presto.
Forse è questo differente modo di iniziare e finire delle donne, nel corso della loro vita, che l’uomo non può vedere o non vede o vede meno o non sa vedere e forse non conosce se non in un tempo molto lungo nell’arco della sua vita. Saggezza neutralmente viene chiamata, ma forse sarebbe meglio sessuarla, questa parola.
Se finisce l’epoca della singolarità e della corrispondenza a sé anche per l’uomo nel fare pubblico, un’altra epoca dovrebbe cominciare, come accade alle donne con il far nascere, in un dialogo continuo che non dimentica il prima ma non è più lui, per sempre, pur se lui è anche quello di prima. Ma non è così, come ben nota il doc. Sembra sia difficile per l’uomo accettare il cammino del tempo, prima, durante e dopo e l’andirivieni che comporta starci in mezzo..
E’ questa probabile incapacità maschile a capire le modificazioni ineluttabili che ci troviamo davanti che non gli e ci permette di cogliere che una fine è avvenuta e che si tratta di fare spazio perché altro sta nascendo? E’ questo fare spazio che manca troppo spesso nel desiderio di ri-cominciare perché non gli viene dato il tempo di costruirsi per nascere?
Non c’è probabilmente la disponibilità fisica maschile a modificarsi, come accade con la gravidanza per le donne, e lo spazio, da occupare con un nuovo che arriva, non nasce. E’ uno spazio forse che bisogna trovare dentro perché possa nascere anche fuori. E’ lo spazio del mettersi da parte come donna quando stai diventando madre che modifica per sempre l’essere donna che sei, diventando un’altra donna.
Bisogna saper far nascere, darsi il tempo che occorre, altrimenti si abortisce.
E’ uno spazio tempo diverso che bisogna cercare, dentro e fuori per le donne, ma per gli uomini?
Perché le donne parlano della fine come se gli uomini non sapessero riconoscerla?
E se gli uomini non sanno riconoscere la fine, allora, non sanno neppure riconoscere gli inizi o cosa vuol dire per loro inizio?
Significa la stessa cosa, per uomini e donne, inizio e fine o c’è tra loro un’idea diversa e, se c’è, dov’è la differenza tra noi e loro e come affrontarla, se riusciamo a nominarla, e prima ancora a trovarla?
Se per loro non finisce mai davvero e si ripropongono sempre con strutture nuove e uguali a quelle vecchie, oltre a non voler perdere potere, che non è poco, cos’altro di loro è legato all’impossibilità di esistere senza potere?
Un bisogno di onnipotenza, un bisogno di coprire vuoti incolmabili, un non sapere stare nel mondo in altro modo se non comandando o non volerlo fare in altro modo o non anche un non saperlo fare?
E’il loro non dare struttura alla vita per 9 mesi, che contiene sempre anche il dare contemporaneamente la morte per le donne col dare la nascita, che gli impedisce una relazione naturale con l’inizio e la fine e col tempo; un riconoscerne magari una parte ma il non riuscire ad andare oltre nel vedere il tutto?
O il loro è un non saper morire perchè se ne va il loro essere assoluto, non avendo prodotto vita col corpo o la loro parte nel dare la vita è così momentanea, da fargli pensare che un atto di volontà momentanea basti per azzerare e finire e poter poi ri-cominciare con un nuovo inizio?
Non so rispondere fino in fondo a tutte queste domande che mi pongo, soprattutto se parlo di uomini, ma trovo interessante il parlare di corpi e del corpo che sono l’oggetto del pensiero, del bisogno e della politica. E siccome i corpi sono due è per questo che, dopo la lettura del doc, ho spontaneamente pensato al percorso femminile della nascita per cercare di capire qualcosa su come iniziare o far nascere qualche altra cosa. Si dice partire da sé…e il tempo è la cosa che maggiormente usano le donne, ma gli uomini non lo usano allo stesso modo.
Sono corpi quelli con cui ci troviamo a ragionare e teste e desideri differenti. Questo pensare il corpo, l’inizio e la fine uguali per entrambi i corpi sessuati, può rendere i pensieri sulla fine e sugli inizi autistici, non comunicanti e divaricanti. Per questo mi sono spinta a pensare sui due differenti corpi sessuati e i due differenti modi di sentire il tempo.
Persino lo “scandalo” del divorzio annunciato da Veronica e la critica di Fini che il centrodestra ha portato avanti sul 90.60.90 e la tre giorni di corso accelerato per “governare” l’Europa contiene il rimosso dell’incapacità e della finzione del nuovo nel politico maschile, su di sé e sulle donne. Vale però anche per il centrosinistra, che non ha mai voluto accettare e vedere fino in fondo un mondo altro femminile, che esiste comunque, per non indebolire il potere dei corpi dei suoi uomini.
Ora, però, paga con moneta sonante la sua impermeabilità alla dignità e alla differenza delle donne. L’idea berlusconiana del femminile, ha danneggiato non solo le donne ma anche gli uomini.
Non aver contribuito a promuovere un ‘idea altra di donna è costato a tutta l’Italia una regressione e più alla sinistra che alla destra.
E un altro modello di libertà, alternativo, con le donne l’avevamo da proporre alla politica e alla sua attuale adulazione del capo che ha colpito, con sfumature diverse, persino il centrosinistra e il fare opposizione.
C’è un mondo che resiste a quello berlusconiano e le donne lo sanno qual è, perché il modello che propone lo conoscono da millenni e da molto gli va stretto. Ma non lo sanno moltissimi uomini della politica e della sinistra anche quando pensano al nuovo.

Clelia Mori

2 giugno 2009

"Noi ispirati dalla sinistra? Ridicolo. Se è nei guai con le donne è una notizia"

Michael Binyon, vicedirettore del Times, replica a Berlusconi, di Enrico Franceschinida: http://www.repubblica.it/2009/06/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-5/replica-times/replica-times.html
LONDRA – “Noi influenzati dalla sinistra italiana? Un’accusa semplicemente ridicola. Quando vediamo una notizia, noi del Times la riportiamo, tutto qui. E il primo ministro di uno dei maggiori paesi d’Europa che si mette nei guai con le donne, è una notizia”. Michael Binyon è uno dei più autorevoli commentatori del Times, membro della direzione del quotidiano londinese. È lui a rispondere a Silvio Berlusconi, che nella sua prima reazione al pesante editoriale di ieri del Times, “Il clown cala la maschera”, ha detto che i giornali stranieri sono “ispirati dalla sinistra italiana”.

- Michael Bynyon, che pensa degli ultimi sviluppi della Berlusconi-story?
- “Penso che Repubblica stia facendo un lavoro magnifico. Ed è piuttosto sorprendente, per un osservatore straniero, che vi siano così scarse critiche di Berlusconi, sugli altri media italiani. Naturalmente la ragione è nota: Berlusconi controlla o almeno influenza, direttamente o indirettamente, gran parte dei media italiani, a cominciare dalle tv. Ma è un triste spettacolo, per un giornalista libero, assistere a un tale servilismo verso il potere da parte di altri giornalisti”.
- Che cosa sarebbe accaduto, secondo lei, se uno scandalo simile fosse scoppiato qui, nel Regno Unito?
- “Se si sospettasse che il primo ministro ha una relazione con una 18enne a cui promette dei favori, e sua moglie affermasse che va con minorenni, e il premier in questione fornisse di continuo versioni contraddittorie sull’accaduto, tutti i media nazionali gli starebbero addosso 24 ore su 24. Dovrebbe dimettersi nel giro di settimane”.
- Berlusconi dice che i vostri editoriali, critici nei suoi confronti, sono ispirati dalla sinistra italiana.
- “Un’accusa insensata, ridicola. Sostenere che c’è una cospirazione, dietro i nostri articoli, è infantile. Una cospirazione della sinistra italiana, poi: e come farebbe, la sinistra italiana, a far scrivere quel che vuole al Times di Londra? Noi non scriviamo per fare piaceri a questo o a quello. Scriviamo quando vediamo una notizia. E il premier dei uno dei maggiori paesi d’Europa, membro della Nato, presidente di turno del G8, che si mette nei guai con le donne e poi dice cose chiaramente non vere su com’è andata, è una notizia, la che vedrebbe anche un cieco”.
- E la sua iniziativa per bloccare la pubblicazione delle 700 fote scattate alla festa nella sua villa in Sardegna?- “Difendere la privacy, in assoluto, è giusto. Ma in questo caso, se Berlusconi volesse mettere a tacere ogni sospetto, direbbe: pubblicatele. Non facendolo, contribuisce a lasciar credere che in quelle foto ci sia qualcosa da nascondere”.
-Magari gli italiani pensano che mentire su relazioni extraconiugali è lecito.
-”Può darsi, ma la menzogna non può cambiare di continuo, dev’essere credibile. E le cose che dice Berlusconi non lo sono. Senza contare che la menzogna di un leader politico, per qualunque ragione, è imperdonabile. Ovunque. Anche in Italia”.

1 giugno 2009

The Clown’s Mask Slips – Cade la maschera del clown

traduz. in italiano:
L’aspetto più sgradevole del comportamento di Silvio Berlusconi non è che è un pagliaccio sciovinista, né che corre dietro a donne di 50 anni più giovani di lui, abusando della sua posizione per offrire loro posti di lavoro come modelle, assistenti o perfino, assurdamente, come candidate al parlamento europeo. Quella che è molto scandalosa è la disobbedienza assoluta con la quale lui tratta il pubblico italiano.

Ciò che è più scioccante è il completo disprezzo con cui egli tratta l’opinione pubblica italiana. Il senile dongiovanni può trovare divertente agire da playboy, vantarsi delle sue conquiste, umiliare la moglie e fare commenti che molte donne troverebbero grottescamente inappropriati. Ma quando vengono poste domande legittime su relazioni scandalose e i giornali lo sfidano a spiegare legami che come minimo suscitano dubbi, la maschera del clown cala. Egli minaccia quei giornali, invoca la legge per difendere la propria ‘privacy’, pronuncia dichiarazioni evasive e contraddittorie, e poi melodrammaticamente promette di dimettersi se si scoprisse che mente.
Ma, coe si è dovuto rendere conto anche Bill Clinton, scandali e alti incarichi pubblici non vanno d’accordo. Ai suoi critichi, Mr. Berlusconi replica che lui ha ancora un tasso di popolarità alto, che il suo Governo conta molitssimo e che non sarà intimidito da ciò che lui chiama tentativi dell’opposizione di denigrarlo.
Molti potrebbero dire che l’Italia non è l’America, che l’etica puritana degli Stati Uniti non ha mai dominato la vita pubblica italiana, e che pochi italiani si scandalizzano davanti ai donnaioli. Ma questo è un ragionamento insensato e condiscendente. Gli italiani comprendono quanto gli americani cosa è accettabile e cosa non lo è. E, come gli americani, giudicano spregevole il cover-up.
Pochi media in Italia però possono fare simili affermazioni, senza timore di un castigo. A suo merito, il giornale “la Repubblica” ha continuamente sollevato domande al primo ministro sulla sua relazione con Noemi Letizia, e alla maggior parte di queste domande non ci sono state risposte soddisfacenti. Quando e dove egli ha conosciuto la famiglia della ragazza? Mr. Berlusconi chiese di avere fotografie da un’agenzia di modelle per iniziare i contatti con la signorina Letizia? Che cosa c’è di vero sulle notizie di party con decine di giovani donne nella sua villa in Sardegna? Mr. Berlusconi ha promesso di spiegare tutto in parlamento. Ma non ha certo riassicurato i suoi critici con la sua iniziativa per bloccare la pubblicazione di 700 fotografie che potrebbero mostrare cosa succedeva a quei party. Né lo aiuta il suo sventurato ministro degli Esteri, che ha provato a difenderlo sottolineando che l’età per il consenso (a rapporti sessuali, ndr.) in Italia è 14 anni, come se ciò fosse rilevante.
Qualcuno potrebbe dire che tutto ciò non riguarda i forestieri. Ma gli elettori italiani, alla vigilia delle elezioni europee, dovrebbero riflettere sul modo in cui è guidato il loro governo, sui candidati selezionati per Strasburgo e sul livello di sincerità del premier. E la faccenda riguarda anche altri. L’Italia ospita quest’anno il summit del G8, dove si discuterà di maggiore cooperazione nella lotta al terrorismo e al crimine internazionale. E’ un importante membro della Nato. Fa parte dell’eurozona, che è confrontata dalla crisi finanziaria globale. Non sono soltanto gli elettori italiani a domandarsi cosa sta succedendo. Se lo chiedono anche i perplessi alleati dell’Italia.

29 maggio 2009

Berlusconi e la miopia dell’opposizione

di Annamaria Rivera, apparso su: “Liberazione”, 29 maggio 2009, p. 1
“Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli, potevo sprangare il Parlamento…”. C’è una certa assonanza di stile, forse anche d’intenti, fra il personaggio mediocre che condusse l’Italia nel baratro e l’ometto tronfio, arrogante e incolto, specialista in barzellette qualunquiste e in battute machiste, corruttore di minorenni e non solo, che oggi promette di stanare e schiacciare i “grumi eversivi tra le toghe”.

E’ solo l’ultima delle tante smargiassate, allarmante anche perché arriva subito dopo quella sul povero “premier” che non ha nessun potere e sul Parlamento da ridimensionare con una legge d’iniziativa popolare. Continuare a minimizzare, perfino a sinistra, mentre la stampa estera è sempre più allarmata, anche questo è un sintomo della deriva italiana. Trastullarsi come se niente fosse, a sinistra e al centro, con frasi fatte, vecchie liturgie, giochi di potere mediocri, pensando che la cosa più importante sia perpetuarsi come ceti politici; non riuscire a stringere un’alleanza “tattica” (come si sarebbe detto un tempo) neppure per fronteggiare il rischio palese dell’eversione della democrazia: anche questi sono segni dello stato miserevole in cui versa il Paese. D’altronde, se il berlusconismo ha potuto allignare e infine imporsi -certo grazie al controllo di gangli decisivi del potere economico e mediatico, ma anche grazie alla sintonia sentimentale con il ventre qualunquista e fascistoide del paese- è perché poco si è fatto per sbarrargli la strada tramite l’iniziativa legislativa e ancora meno per contrastarne l’egemonia culturale. Un segno di grave miopia politica è stata, continua ad essere, la sottovalutazione del ruolo decisivo che in ogni svolta populistica e autoritaria giocano il discorso e le politiche sicuritarie e razziste, la strategia del capro espiatorio. Aver compiaciuto e rilanciato retorica e pratiche sicuritarie quando si era al governo, continuare oggi a non comprendere la centralità strategica della lotta contro il razzismo istituzionale e per i diritti dei migranti e delle minoranze, aver loro negato un posto centrale nelle liste e nei programmi elettorali: anche questi sono errori che si pagano con l’arroganza eversiva di chi svillaneggia l’“aula sorda e grigia” e il potere giudiziario. L’abbiamo scritto più volte: se il potere berlusconiano – con la sua cultura e pedagogia di massa- si è diffuso e radicato è perché ha saputo interpretare e far emergere una delle tendenze che caratterizzano nel profondo la storia nazionale, la biografia del Paese, il suo immaginario collettivo: cioè quell’insieme d’individualismo, cinismo, debolezza del senso civico, disprezzo dei principi e delle regole, assenza di rigore etico e intellettuale, sul quale hanno scritto tante penne insigni. Non è l’unica tendenza, benché oggi appaia predominante. Per sollecitare l’altra, ora che siamo spinti verso l’orlo del baratro, occorrerebbe un sussulto di coerenza, di rigore, di coraggio politici. Occorrerebbe, insomma, proporsi e agire da opposizione.
28 maggio 2009

Noemi, quattro cose ovvie

di Beppe Severgnini
(da “Italians” del 28 Maggio 2009, in: il corriere.it: http://www.corriere.it/solferino/Severgnini
Un pesce rosso convinto d’essere un cardinale, gli economisti che ammettono di non averci capito niente, la politica fuori dalla nomine Rai, José Mourinho che lavora gratis. Sono molte le notizie surreali che avrebbero potuto colorare questa torrida primavera, ma è toccato a una ragazzina e ai suoi bizzarri rapporti col presidente del Consiglio.

Bizzarri: ecco la parola. Potete essere di destra o di sinistra, atei e cattolici, giovani o meno giovani, ma sarete d’accordo: se uno sceneggiatore avesse scritto un film con quella trama, gli avrebbero detto “Ragazzo, hai bevuto?”. Invece è accaduto. Noemi, le feste, il papi, i genitori, le smentite, i fidanzati che compaiono e scompaiono. I marziani guardano giù dicendo: “E quelli strani saremmo noi?”. Quattro punti ovvii, per ridurre i litigi e provare a ragionare. Il primo: la frequentazione tra un settantenne e una diciassettenne – al di là del ruolo di lui – è insolita. La famiglia Letizia non sembra stupita, decine di milioni d’italiani sì. Una spiegazione plausibile ancora non l’hanno avuta. Se tanti lavorano di fantasia, a Palazzo Chigi non possono stupirsi. Ovvietà numero due. Alcune affermazioni del protagonista sono state smentite. “L’ho sempre vista coi genitori”: poi Noemi – ma cosa s’è fatta? era così carina! – salta fuori alla festa del Milan, sbuca al galà della moda, compare in Sardegna. Per cose del genere, nelle altre democrazie, i potenti saltano come tappi di spumante. Noi siamo più elastici – succubi, rassegnati, distratti, disinformati: scegliete voi l’aggettivo – ma un leader politico, perfino qui, dev’essere credibile. Ovvietà numero tre. Le abitudini e le frequentazioni di Silvio B. riguardano solo Veronica L. (che peraltro s’è già espressa con vigore sul tema)? Be’, fino a un certo punto. Il Presidente del Consiglio guida una coalizione di governo che organizza il Family Day, mica il Toga Party o il concorso Miss Maglietta Bagnata. Michele Brambilla – vicedirettore del “Giornale”, bravo collega e uomo perbene – spiega che, per il mondo cattolico, contano le azioni politiche, non i comportamenti coerenti. Io dico: mah! Ovvietà numero quattro. L’opposizione, in tutte le democrazie, cerca i punti deboli dell’avversario, soprattutto alla vigilia delle elezioni. Dov’è lo scandalo, qual è la novità? Se Piersilvio s’indigna, non ha idea di cosa avrebbe passato suo padre in America, in Germania o in Gran Bretagna (dov’è inconcepibile che i capi di governo possiedano televisioni). Non solo in questi giorni: negli ultimi quindici anni. Bene: quattro cose ovvie, in attesa di sviluppi. Intanto s’è insediato quietamente il governo Letta. Qualcuno che coordini ci vuole. C’è da lavorare, e il Capo è altrove.

24 maggio 2009

"Così papi Berlusconi entrò nella vita di Noemi"

L’INCHIESTA. Parla Gino, l’ex fidanzato della ragazza di PorticiLa prima telefonata del Cavaliere: “Sono colpito dal tuo viso angelico”
di GIUSEPPE D’AVANZO e CONCHITA SANNINO, da Repubblica on line: http://www.repubblica.it/2009/05/sezioni/politica/berlusconi-divorzio-2/parla-gino/parla-gino.html
NAPOLI – Il 14 maggio Repubblica ha rivolto al presidente del consiglio dieci domande che apparivano necessarie dinanzi alle incoerenze di un “caso politico”. Veronica Lario, infatti, ha proposto all’opinione pubblica e alle élites dirigenti del Paese due affermazioni e una domanda che hanno rimosso dal discreto perimetro privato un “affare di famiglia” per farne “affare pubblico”. Le due, allarmanti certezze della moglie del premier – lo ricordiamo – descrivono i comportamenti del presidente del Consiglio: “Mio marito frequenta minorenni”; “Mio marito non sta bene”.

Al contrario, la domanda posta dalla signora Lario – se ne può convenire – è crudamente politica e mostra le pratiche del “potere” di Silvio Berlusconi, pericolosamente degradate quando a rappresentare la sovranità popolare vengono chiamate “veline” senza altro merito che un bell’aspetto e l’amicizia con il premier, legami nati non si sa quando, non si sa come. “Ciarpame politico” dice la moglie del premier. Silvio Berlusconi non ha ritenuto di rispondere ad alcuna delle domande di Repubblica. E, dopo dieci giorni, Repubblica prova qui a offrire qualche traccia e testimonianza per risolvere almeno alcuni dei quesiti proposti. Per farlo bisogna raggiungere Napoli, una piccola fabbrica di corso San Giovanni e poi un appartamento, allegramente affollato di amici, nel popolare quartiere del Vasto a ridosso dei grattacieli del Centro Direzionale. Sono i luoghi di vita e di lavoro di Gino Flaminio.
OAS_RICH(‘Middle’);
Gino, 22 anni, operaio, una passione per la kickboxing, è stato per sedici mesi (dal 28 agosto del 2007 al 10 gennaio del 2009) l’”amore” di Noemi Letizia, la minorenne di cui il premier ha voluto festeggiare il diciottesimo anno in un ristorante di Casoria, il 26 aprile. Gino e Noemi si sono divisi, per quel breve, intenso, felice periodo le ore, i sogni, il fiato, le promesse. “Quando non dormivo da lei a Portici – è capitato una ventina di volte – o quando lei non dormiva qui da me, il sabato che non lavoravo mi tiravo su alle sei del mattino per portarle la colazione a letto; poi l’accompagnavo a scuola e ci tornavo poi per riportarla indietro con la mia Yamaha. Lei qualche volta veniva a prendermi in fabbrica, la sera, quando poteva”. Gino Flaminio è in grado di dire quando e come Silvio Berlusconi è entrato nella vita di Noemi. Come quel “miracolo” (così Gino definisce l’inatteso irrompere del premier) ha cambiato – di Noemi – la vita, i desideri, le ambizioni e più tangibilmente anche il corpo, il volto, le labbra, gli zigomi; in una parola, dice Gino, “i valori”. Il ragazzo può raccontare come quell’ospite inaspettato dal nome così importante che faceva paura anche soltanto a pronunciarlo nel piccolo mondo di gente che duramente si fatica la giornata e un piatto caldo, ha deviato anche la sua di vita. Quieto come chi si è ormai pacificato con quanto è avvenuto, Gino ricorda: “Mi è stato quasi subito chiaro che tra me e la mia memi non poteva andare avanti. Era come pretendere che Britney Spears stesse con il macellaio giù all’angolo…”. È utile ricordare, a questo punto, che il primo degli enigmi del “caso politico” è proprio questo: come Berlusconi ha conosciuto Noemi, la sua famiglia, il padre Benedetto “Elio” Letizia, la madre Anna Palumbo? A Berlusconi è capitato di essere inequivocabile con la Stampa (4 maggio): “Io sono amico del padre, punto e basta. Lo giuro!”. Con France2 (6 maggio), il capo del governo è stato ancora più definitivo. Ricordando l’antica amicizia di natura politica con il padre Elio, Berlusconi chiarisce: “Ho avuto l’occasione di conoscere [Noemi] tramite i suoi genitori. Questo è tutto”. Un affetto che il presidente del consiglio ha ripetuto ancor più recentemente quando ha presentato Noemi “in società”, per così dire, durante la cena che il governo ha offerto alle “grandi firme” del made in Italy a Villa Madama, il 19 novembre 2008: “È la figlia di miei cari amici di Napoli, è qui a Roma per uno stage” (Repubblica, 21 maggio). All’antico vincolo politico, accenna anche la madre di Noemi, Anna: “[Berlusconi] ha conosciuto mio marito ai tempi del partito socialista”. Berlusconi, qualche giorno dopo (e prima di essere smentito da Bobo Craxi), conferma. “[Elio] lo conosco da anni, è un vecchio socialista ed era l’autista di Craxi”. (Ansa, 29 aprile, ore 16,34). Più evasiva Noemi: “[Di come è nato il contatto familiare] non ricordo i particolari, queste cose ai miei genitori non le ho chieste”. (Repubblica, 29 aprile). Decisamente inafferrabile e chiuso come un riccio, il padre Elio (ha rifiutato di prendere visione di quest’ultima ricostruzione di Repubblica). Chiedono a Letizia: ci spiega come ha conosciuto Berlusconi? “Non ho alcuna intenzione di farlo” (Oggi, 13 maggio). Gino ascolta questa noiosa tiritera con un sorriso storto sulle labbra, che non si sa se definire avvilito o sardonico. C’è un attimo di silenzio nella stanza al Vasto, un silenzio lungo, pesante come d’ovatta, rispettato dagli amici che gli stanno accanto; dalla sorella Arianna; dal padre Antonio; dalla madre Anna. È un silenzio che si fa opprimente in quella cucina, fino a un attimo prima rumorosa di risate e grida. La madre, Anna, si incarica di spezzarlo: “Quando un giorno Gino tornò a casa e mi disse che Noemi aveva conosciuto Berlusconi, lo presi in giro, non volli chiedergli nemmeno perché e per come. Mi sembrava ridicolo. Berlusconi dalle nostre parti? E che ci faceva, Berlusconi qui? Ripetevo a Gino: Berlusconi, Berlusconi! (gonfia le guance con sarcasmo). Un po’ ne ridevo, mi sembrava una buffonata di ragazzi”. Gino la guarda, l’ascolta paziente e finalmente si decide a raccontare: “I genitori di Noemi non c’entrano niente. Il legame era proprio con lei. È nato tra Berlusconi e Noemi. Mai Noemi mi ha detto che lui, papi Silvio parlava di politica con suo padre, Elio. Non mi risulta proprio. Mai, assolutamente. Vi dico come è cominciata questa storia e dovete sapere che almeno per l’inizio – perché poi quattro, cinque volte ho ascoltato anch’io le telefonate – vi dirò quel che mi ha raccontato Noemi. Il rapporto tra Noemi e il presidente comincia più o meno intorno all’ottobre 2008. Noemi mi ha raccontato di aver fatto alcune foto per un “book” di moda. Lo aveva consegnato a un’agenzia romana, importante – no, il nome non me lo ricordo – di quelle che fanno lavorare le modelle, le ballerine, insomma le agenzie a cui si devono rivolgere le ragazze che vogliono fare spettacolo. Noemi mi dice che, in quell’agenzia di Roma, va Emilio Fede e si porta via questi “book”, mica soltanto quello di Noemi. Non lo so, forse gli servono per i casting delle meteorine. Il fatto è – ripeto, è quello che mi dice Noemi – che, proprio quel giorno, Emilio Fede è a pranzo o a cena – non me lo ricordo – da Berlusconi. Finisce che Fede dimentica quelle foto sul tavolo del presidente. È così che Berlusconi chiama Noemi. Quattro, cinque mesi dopo che il “book” era nelle mani dell’agenzia, dice Noemi. È stato un miracolo, dico sempre. Dunque, dice Noemi che Berlusconi la chiama al telefono. Proprio lui, direttamente. Nessuna segretaria. Nessun centralino. Lui, direttamente. Era pomeriggio, le cinque o le sei del pomeriggio, Noemi stava studiando. Berlusconi le dice che ha visto le foto; le dice che è stato colpito dal suo “viso angelico”, dalla sua “purezza”; le dice che deve conservarsi così com’è, “pura”. Questa fu la prima telefonata, io non c’ero e vi sto dicendo quel che poi mi riferì Noemi, ma le credo. Le cose andarono così perché in altre occasioni io c’ero e Noemi, così per gioco o per convincermi che davvero parlava con Berlusconi, m’allungava il cellulare all’orecchio e anch’io sentii dalla sua voce quella cosa della “purezza”, della “faccia d’angelo”. E poi, una volta, ha aggiunto un’altra cosa del tipo: “Sei una ragazza divina”. Berlusconi, all’inizio, non ha detto a Noemi chi era. In quella prima telefonata, le ha fatto tante domande: quanti anni hai, cosa ti piacerebbe fare, che cosa fanno tua madre e tuo padre? Studi? Che scuola fai? Una lunga telefonata. Ma normale, tranquilla. E poi, quando Noemi si è decisa a chiedergli: “Scusi, ma con tutte queste domande, lei chi è?”, lui prima le ha risposto: “Se te lo dico, non ci credi”. E poi: “Ma non si sente chi sono?”. Quando Noemi me lo raccontò, vi dico la verità, io non ci credevo. Poi, quando ho sentito le altre telefonate e ho potuto ascoltare la sua voce, proprio la sua, di Berlusconi, come potevo non crederci? Noemi mi diceva che era sempre il presidente a chiamarla. Poi, non so se chiamava anche di suo, non me lo diceva e io non lo so. Lei al telefono lo chiamava papi tranquillamente. Anche davanti a me. Magari stavamo insieme, Noemi rispondeva, diceva papi e io capivo che si trattava del presidente. Quando ho assistito ad alcune telefonate tra Berlusconi e Noemi, ho pensato che fosse un rapporto come tra padre e figlia. Una sera, Emilio Fede e Berlusconi – insieme – hanno chiamato Noemi. Lo so perché ero accanto a lei, in auto. Ora non saprei dire perché il presidente le ha passato Emilio Fede, non lo so. Pensai che Fede dovesse preparare dei “provini” per le meteorine, quelle robe lì”. (Ieri, a tarda sera, durante Studio Aperto, Fede ha affermato di aver conosciuto la nonna di Noemi. Repubblica ha chiesto a Gino se, in qualche occasione, Noemi avesse fatto cenno a questa circostanza. “Mai, assolutamente”, è stata la risposta del ragazzo). “Comunque, quella sera, sentii prima la voce del presidente e poi quella di Emilio Fede – continua Gino – Non voglio essere frainteso o creare confusione in questa tarantella, da cui voglio star lontano. Nelle telefonate che ho sentito io, Berlusconi aveva con Noemi un atteggiamento paterno. Le chiedeva come era andata a scuola, se studiava con impegno, questa roba qui. Io però ho cominciato a fuggire da questa situazione. Non mi piaceva. Non mi piaceva più tutto l’andazzo. Non vedevo più le cose alla luce del giorno, come piacevano a me. Mi sentivo il macellaio giù all’angolo che si era fidanzato con Britney Spears. Come potevo pensare di farcela? Gliel’ho detto a Noemi: questo mondo non mi piace, non credo che da quelle parti ci sia una grande pulizia o rispetto. Mi dispiaceva dirglielo perché io so che Noemi è una ragazza sana, ancora infantile che non si separa mai dal suo orsacchiotto, piccolo, blu, con una croce al collo, “il suo teddy”. Una ragazza tranquilla, semplice, con dei valori. Con i miei stessi valori, almeno fino a un certo punto della nostra storia”. Intorno a Gino, questo racconto devono averlo già sentito più d’una volta perché ora che il ragazzo ha deciso di raccontare a degli estranei la storia, la tensione è caduta come se la famiglia, i vicini di casa, gli amici già l’avessero sentita in altre occasioni o magari a spizzichi e bocconi. C’è chi si distrae, chi parlotta d’altro, chi parla al telefono, chi si prepara a uscire per il venerdì notte. Gino sembra non accorgersene. Non perde il filo e a tratti pare ricordare, ancora una volta, a se stesso come sono andate le cose. “Ho cominciato a distaccarmi da Noemi già a dicembre. Però la cosa che proprio non ho mandato giù è stata la lunga vacanza di Capodanno in Sardegna, nella villa di lui. Noemi me lo disse a dicembre che papi l’aveva invitata là. Mi disse: “Posso portare un’amica, un’amica qualunque, non gli importa. Ci saranno altre ragazze”. E lei si è portata Roberta. E poi è rimasta con Roberta per tutto il periodo. Io le ho fatto capire che non mi faceva piacere, ma lei da quell’orecchio non ci sentiva. Così è partita verso il 26-27 dicembre ed è ritornata verso il 4-5 gennaio. Quando è tornata mi ha raccontato tante cose. Che Berlusconi l’aveva trattata bene, a lei e alle amiche. Hanno scherzato, hanno riso… C’erano tante ragazze. Tra trenta e quaranta. Le ragazze alloggiavano in questi bungalow che stavano nel parco. E nel bungalow di Noemi erano in quattro: oltre a lei e a Roberta, c’erano le “gemelline”, ma voi sapete chi sono queste “gemelline”? Penso anche che lei mi abbia detto tante bugie. Lei dice che Berlusconi era stato con loro solo la notte di Capodanno. Vi dico la verità, io non ci credo. Sono successe cose troppo strane. Io chiamavo Noemi sul cellulare e non mi rispondeva mai. Provavo e riprovavo, poi alla fine mi arrendevo e chiamavo Roberta, la sua amica, e diventavo pazzo quando Roberta mi diceva: no, non te la posso passare, è di là – di là dove? – o sta mangiando: e allora?, dicevo io, ma non c’era risposta. Per quella vacanza di fine anno, i genitori accompagnarono Noemi a Roma. Noemi e Roberta si fermarono prima in una villa lì, come mi dissero poi, e fecero in tempo a vedere davanti a quella villa tanta gente – giornalisti, fotografi? – , poi le misero sull’aereo privato del presidente insieme alle altre ragazze, per quello che mi ha detto Noemi… Al ritorno, Noemi non è stata più la mia Noemi, la mia alicella (acciuga, ndr), la ragazza semplice che amavo, la ragazza che non si vergognava di venirmi a prendere alla sera al capannone. A gennaio ci siamo lasciati. Eravamo andati insieme, prima di Natale, a prenotare per la sua festa di compleanno il ristorante “Villa Santa Chiara” a Casoria, la “sala Miami” – lo avevo suggerito io – e già ci si aspettava una “sorpresa” di Berlusconi, ma nessuno credeva che la sorpresa fosse proprio lui, Berlusconi in carne e ossa. Ci siamo lasciati a gennaio e alla festa non ci sono andato. L’ho incontrata qualche altra volta, per riprendermi un oggetto di poco prezzo ma, per me, di gran valore che era rimasto nelle sue mani. Abbiamo avuto il tempo, un’altra volta, di avere un colloquio un po’ brusco. Le ho restituito quasi tutte le lettere e le foto. Le ho restituito tutto – ho conservato poche cose, questa lettera che mi scrisse prima di Natale, qualche foto – perché non volevo che lei e la sua famiglia pensassero che, diventata Noemi Sophia Loren, io potessi sputtanarla. Oggi ho la mia vita, la mia Manuela, il mio lavoro, mille euro al mese e va bene così ché non mi manca niente. Certo, leggo di questo nuovo fidanzato di Noemi, come si chiama?, che non s’era mai visto da nessuna parte anche se dice di conoscerla da due anni e penso che Noemi stia dicendo un sacco di bugie. Quante bugie mi avrà detto sui viaggi. A me diceva che andava a Roma sempre con la madre. Per dire, per quella cena del 19 novembre 2008 a Villa Madama mi raccontò: “Siamo stati a cena con il presidente, io, papà e mamma allo stesso tavolo”. Non c’erano i genitori seduti a quel tavolo? Allora mi ha detto un’altra balla. Quella sera le sono stati regalati una collana e un bracciale, ma non di grosso valore. E il presidente ha fatto un regalo anche a sua madre. Sento tante bugie, sì, e comunque sono fatti di Noemi, dei suoi genitori, di Berlusconi, io che c’entro?”. Le parole di Gino Flaminio appaiono genuine, confortate dalle foto, dalla memoria degli amici (che hanno le immagini di Noemi e Gino sui loro computer), da qualche lettera, dai ricordi dei vicini e dei genitori, ma soprattutto dall’ostinazione con cui il ragazzo per settimane si è nascosto diventando una presenza invisibile nella vita di Noemi. Repubblica lo ha rintracciato con fatica, molta pazienza e tanta fortuna nella fabbrica di corso San Giovanni dove tutti i suoi compagni di lavoro conoscono Noemi, la storia dell’amore perduto di Gino. Compagni di lavoro che – fino alla fine – hanno provato a proteggerlo: “Gino? E chi è ‘sto Gino Flaminio?” e Gino se ne stava nascosto dietro un muro. La testimonianza del ragazzo consente di liquidare almeno cinque domande dalla lista di dieci che abbiamo proposto al capo del governo. La ricostruzione di Gino permette di giungere a un primo esito: Silvio Berlusconi ha mentito all’opinione pubblica in ogni passaggio delle sue interviste. Nei giorni scorsi, come quando disse a France2 di aver “avuto l’occasione di conoscere [Noemi] tramite i suoi genitori”. O ancora ieri a Radio Montecarlo dove ha sostenuto di essersi addirittura “divertito a dire alla famiglia, di cui sono amico da molti anni, che non desse risposte su quella che è stata la nostra frequentazione in questi anni”. Come di cartapesta è la scena – del tutto artefatta – disegnata dalle testate (Chi) della berlusconiana Mondadori. Il fatto è che Berlusconi non ha mai conosciuto Elio Letizia né negli “anni passati”, né negli “ambienti socialisti”. Mai Berlusconi ha discusso con Elio Letizia di politica e tantomeno delle candidature delle Europee (Porta a porta, 5 maggio). Berlusconi ha conosciuto Noemi. Le ha telefonato direttamente, dopo averne ammirato le foto e aver letto il numero di cellulare su un “book” lasciatogli da Emilio Fede. Poi, nel corso del tempo, l’ha invitata a Roma, in Sardegna, a Milano. Le evidenti falsità, diffuse dal premier, gli sarebbero costate nel mondo anglosassone, se non una richiesta di impeachment, concrete difficoltà politiche e istituzionali. Nell’Italia assuefatta di oggi, quella menzogna gli vale un’altra domanda: perché è stato costretto a mentire? Che cosa lo costringe a negare ciò che è evidente? È vero, come sostiene Noemi, che Berlusconi ha promesso o le ha lasciato credere di poter favorire la sua carriera nello spettacolo o, in alternativa, l’accesso alla scena politica (Corriere del Mezzogiorno, 28 aprile)? Dieci giorni dopo, ci sono altre ragionevoli certezze. È confermato quel che Veronica Lario ha rivelato a Repubblica (3 maggio): il premier “frequenta minorenni”. Noemi, nell’ottobre del 2008, quando riceve la prima, improvvisa telefonata di Berlusconi ha diciassette anni, come Roberta, l’amica che l’ha accompagnata a Villa Certosa. La circostanza rinnova l’ultima domanda: quali sono le condizioni di salute del presidente del Consiglio?
(24 maggio 2009)

23 maggio 2009

Omicidio Rostagno, due boss mafiosi fecero uccidere il giornalista

Da l’Unità online 23 maggio 2009:
L’omicidio di Mauro Rostagno sarebbe stato deciso ed eseguito da capimafia trapanesi. L’inchiesta della polizia di Stato ha portato alla conclusione che furono i boss ad ordinare l’agguato la sera del 26 settembre 1988, uccidendo così il giornalista-sociologo, uno dei fondatori della comunità Saman. Il gip del tribunale di Palermo, Maria Pino, ha emesso due ordini di custodia cautelare su richiesta dei pm della Dda, Antonio Ingroia e Gaetano Paci.

I provvedimenti riguardano Vincenzo Virga, già capo del mandamento mafioso di Trapani, attualmente detenuto a Parma, indicato come il mandante, e Vito Mazzara, accusato di essere l’esecutore materiale, detenuto a Biella. I due indagati avrebbero proceduto in concorso con il vecchio capomafia trapanese, Francesco Messina Denaro, deceduto durante la latitanza, e padre di Matteo, ricercato da 16 anni.
Il provvedimento è stato emesso dal gip in seguito ai risultati delle indagini condotte della Squadra mobile di Trapani, con il supporto di nuovi accertamenti balistici del Gabinetto regionale di polizia scientifica di Palermo. L’analisi sui tre bossoli trovati sul posto dell’agguato ha accertato che erano stati sparati dalla stessa arma utilizzata all’epoca in altri delitti di mafia nel trapanese.
L’ordine di uccidere Mauro Rostagno sarebbe dunque partito dai vertici della famiglia mafiosa trapanese, in particolare da Vincenzo Virga, considerato il mandante, mentre Vito Mazzara è indicato come l’autore materiale dell’omicidio. Sul delitto del sociologo-giornalista, che da un’emittente televisiva privata, di cui era direttore, denunciava le collusioni fra mafia e politica, hanno anche parlato i collaboratori di giustizia Vincenzo Sinacori e Francesco Milazzo, entrambi ex capimafia trapanesi.
Con questa indagine, che riscontra molte similitudini con il modo di operare dei sicari che avevano messo a segno altri delitti all’epoca, viene scartata una volta per tutte il sospetto di una pista interna alla comunità Saman. Rostagno, coniugando cronaca e denuncia, muovendo forti ed esplicite accuse nei confronti di esponenti di Cosa nostra e richiamando in termini di speciale vigore l’attenzione dell’opinione pubblica, aveva toccato diversi uomini d’onore e generato nell’ambito del contesto criminale un risentimento diffuso.

22 maggio 2009

Berlusconi si trucca prima dell’intervento alla Confindustria

Questa la fotosequenza pubblicata su Repubblica online che mostra Berlusconi che si trucca prima dell’intervento di ieri alla Confindustria. No comment! (clicca sulla stringa):
http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/politica/silvio-fazzoletto/1.html

20 maggio 2009

Giovani come tanti

di Lucia Annunziata – da La Stampa online

Ma, insomma, cosa mai devono fare, questi ragazzi? Se vogliono fare le letterine, li si accusa di seguire i più volgari modelli culturali. Se si chiudono in casa e chattano tutto il tempo, ci si allarma per una generazione distaccata dalla realtà. Se bevono ogni sera nella movida, li si descrive sulla strada dell’alcolismo. Se vanno in piazza per il Papa, li si guarda come premoderni. Se invece hanno rapporti sessuali, li si proclama amorali precoci. Se si iscrivono obbedienti alla trafila delle primarie del Pd, li si descrive come precoci burocrati. Se diventano giovani leader alla Bocconi o all’Aspen, li si racconta come mostri di ambizione. E se manifestano in piazza – come succede in questi giorni – non ne parliamo: eccole lì, le nuove leve del terrorismo.

È possibile che un Paese come il nostro, malato di misoginia e di xenofobia, risulti alla fine malato anche di fobia antigiovani. Ma, se di fobie si tratta, sotto si nasconde una serpe vera. Gli studenti asini, e le veline, e i solitari, e gli ambiziosi, rimangono relativamente visibili (e infatti se ne fregano delle nostre analisi – non so se lo sapete), ma affrontare ogni forma di rivolta giovanile come una questione di ordine pubblico è un azzardo. Arriviamo così a Torino, che in una settimana è stata il set di due episodi raccontati come paradigmatici di un clima e di un futuro. Parlo del centinaio di Cobas – li cito qui perché molti di loro erano giovani – che hanno attaccato Rinaldini e la Cgil, e le poche centinaia di studenti dell’anti-G8. Tante parole. Ma alla fine gli scontri di massa si sono risolti in un po’ di «cariche di alleggerimento» e tre-feriti-tre. Ugualmente si può dire dell’aggressione dei Cobas: non è affatto un avvenimento nuovo nella vita del sindacato, e la dimensione della contestazione è stata ridicola. Eppure, in entrambi i casi, come succede sempre più spesso, l’intera Nazione Istituzionale si è levata adombrando il pericolo terrorismo.Scusate se non mi unisco al coro, ma sia Torino (in grande) sia io (in piccolo) nella nostra comune vita ne abbiamo viste di ben peggiori. E la caduta dal palco di Rinaldini non è certo quella di Lama alla Università di Roma.Non voglio giustificare. Ma il terrorismo è stato una cosa seria. Le intemperanze, i musi, il ridicolo, gli «scazzi» e le violenze sono invece buona parte di quello che i giovani fanno in ogni società, in ogni tempo e in ogni luogo. Anche ora, in molti Paesi d’Europa. Questione di libertà, questione di testosterone.Perché dunque invocare sempre così facilmente l’ombra della rivolta armata, oggi in Italia? Non voglio dare questa risposta – essa stessa molto complessa. Dare un avvertimento tuttavia non costa molto. Per cui – per quel che serve – lo butto lì: se ogni ribellione, ogni contrazione della società deve essere rubricata sotto il nome di potenziale terrorismo, state attenti. Invocare l’Apocalisse a ogni tuono può davvero condurvici.

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